Stralcio dal "Libro Inchiesta" di Domenico Longo - Capitolo primo - Personaggi citati:

Sen. Nicola Buccico - On. Luciano Violante - On. Clemente Mastella - On. Gianfranco Fini - Ministro Castelli - Presidente CSM Rognoni


 

Comitato di Sostegno ai Magistrati

In nome della legge, abusate

 

Capitolo primo

L’odissea di un ricorrente e la "solidarietà" di un Sarchiapone

 

Uno degli addetti alla porta verificata con una telefonata interna la veridicità dell’appuntamento da noi annunziatogli con l’avv. Nicola Buccico, vice presidente della Commissione disciplinare del CSM, ci accompagnò al primo piano, di rimpetto agli uffici della Prima Commissione e nell’atrio dello studio di questi: nel Palazzo dei Marescialli, sede del CSM a Roma.

Ci accolse una deliziosa morettina, dai tratti marcatamente orientali, la quale, con garbo, ci invitò ad accomodarci sul divano fuori la porta, aggiungendo che il Presidente Buccico sarebbe arrivato di lì a momenti. Era la sua segretaria, dalla quale volentieri raccogliemmo l’invito.

Mi trovavo in compagnia di Luciano Schifone, che aveva su mia richiesta combinato l’incontro con Buccico e che per l’occasione mi accompagnava.

Schifone, già assessore regionale in Campania, euro parlamentare nelle file di AN e segretario provinciale dello stesso partito a Napoli, è uno degli uomini che contano abbastanza nell’organigramma alleanzino nazionale. Sicuramente anche per questa ragione il Ministro Alemanno lo ha assunto in carica come suo collaboratore al Ministero dell’Agricoltura.

Schifone era stato da me precedentemente sollecitato affinché si facesse intermediario per farmi ottenere, per le vie brevi, i risultati dei provvedimenti disciplinari a carico di cinque magistrati del Tribunale di Benevento, avverso i quali avevo proposto ricorso al CSM e a carico di tre dei quali, lo stesso CSM previo ufficiale comunicazione, mi aveva informato di aver aperto un fascicolo.

Il buon Luciano Schifone, dunque, seppure in questo momento non più sulla cresta dell’onda, può contare su un buon numero di conoscenze di soggetti bene introdotti nelle istituzioni. In questo pacchetto rientra Nicola Buccico, militante, negli anni giovanili, del MSI di Matera e conosciuto da Schifone sin dai tempi dell’università. Buccico, oggi, è avvocato di buon livello nazionale (dicono) ed è componente laico al CSM.

Quando Schifone da casa mia gli telefonò per chiedergli un incontro, lo mise subito a conoscenza dei motivi che risiedevano a monte della richiesta. Buccico, allora, debbo dire che fu più che solerte nel fissarci l’appuntamento, ciò sicuramente perchè a chiederglielo era stato un suo vecchio amico come Luciano (d’altro canto, senza l’aiuto di Schifone avrei avuto poche possibilità di potermi rivolgere a costui) e così, di lì a pochi giorni, successe che ci ritrovavamo nell’atrio del suo ufficio.

Dopo qualche minuto d’attesa, proprio come aveva annunciato la sua segretaria, sentimmo dei chiacchiericci nel corridoio e dei passi avvicinarsi: era proprio lui che ritornava in compagnia del Presidente della Prima Commissione. L’Atteso si fermò presso di noi per salutare Luciano, il quale, subito mi presentò e dopo gli stretti convenevoli, previo sollecitazione dello stesso Buccico, ci spostammo tutti e tre nell’ufficio ad egli destinato dall’Istituto.

La sagoma di Buccico era imponente e ne rimasi particolarmente impressionato. Chissà perché m’ero fatto un’idea diversa della sua persona. Me l’ero immaginato come un paladino e piuttosto sottile, vezzoso, bello e fiero: insomma una specie di Zorro, evidentemente come mi suonava alle orecchie il suo cognome. Quando lo vidi, invece, rubicondo come un "sergente Garsìa", ricordo che ebbi un soprassalto e pensai: "Caspita! Questo Buccico deve essere proprio una buona forchetta!".

Non mi sbagliavo affatto.

Una volta nel suo ufficio, infatti, come tema iniziale Nicola Buccico iniziò a lamentarsi dello stipendio che percepiva al CSM, affermando che "addirittura" un Consigliere di Presidenza della Giustizia Tributaria, come l’avv. Simonelli, di Santa Maria Capua Vetere, (che conoscevamo bene tutti e tre e del quale avevamo introdotto) per esempio, quasi quasi percepiva quanto lui. Mentre affermava ciò, tuttavia, ci guardava compiaciuto, come chi si beava in cuor suo per trovarsi dov’era. Ogni tanto accennava a rimuoversi sulla poltrona con l’intento di posizionarci più comodamente il fondoschiena abbondante e forse anche per trasmetterci un’immagine di sè più impattata e dominante: ma ciò, inevitabilmente, finiva per mettere assai in vista il suo enorme pancione che traboccava dall’ossuta scrivania come trabocca l’impasto del pane lievitato nelle forme. Si capiva perfettamente che Buccico non pensava veramente ciò che diceva a proposito dello stipendio scarso ma lo diceva, tuttavia e come si conviene soventemente in casi analoghi, per una sorta di oziosa ritualità, la quale, piuttosto, voleva fungere da preludio a considerazioni opposte, che lo stesso autore sperava fossero formulate da noi ospiti ad alta voce, al suo indirizzo, insieme agli impliciti complimenti di rito e magari all’insorgenza di un poco di invidia.

Subito dopo ci fu una breve ma significativa carrellata di ricordi condivisi tra i due interlocutori maggiori, che, sin dall’inizio, si davano un confidenziale "tu".

Al declino di questa prima fase fu Luciano Schifone, il quale, cogliendo un momento favorevole introdusse l’argomento e rappresentò a Buccico con una brevissima panoramica i fatti che mi riguardavano e per i quali ci trovavamo in quel luogo. Inoltre reiterò la richiesta di poter acquisire, se fosse stato possibile e se ciò non gli avesse creato problemi, per le vie brevi e naturalmente ufficiose, l’esito che aveva prodotto il mio ricorso.

Avute notizie più dettagliate sul mio conto, notizie che seguì con interesse, Buccico, quando ebbe finito di ascoltare Schifone, iniziò a parlare, questa volta per rivolgersi a me e dirmi: "dunque è lei l’autore di quel libricino che narrava del comportamento di quel giudice di Benevento?"

"Sì", risposi, "il libricino sul giudice Paolo Piccialli per l’esattezza".

Si complimentò con tono quasi amicale ed aggiunse: "negli uffici del CSM, mesi fa, quando fu pubblicato, ne giravano alcune copie. Lo hanno letto tutti e le garantisco che ha fatto abbastanza rumore, complimenti per il coraggio che ha dimostrato di avere. Sappia, inoltre, che il giudice protagonista, sentito dalla Commissione Disciplinare, ammise ogni addebito che gli veniva mosso nel libricino: non ha negato nulla, praticamente".

"Beh, almeno quello" osservai.

"Infatti" aggiunse lui.

"Presidente", ribattei, "le lascio una copia dell’esposto da me presentato a suo tempo al CSM ed inviato per conoscenza al Presidente della Repubblica, Ciampi; al Ministro della Giustizia, Castelli ed al Procuratore Generale della Repubblica presso la Suprema Corte di Cassazione". Dopodiché, avuta conferma dallo stesso Buccico che tre dei cinque Giudici erano stati effettivamente redarguiti disciplinarmente, ci salutammo, anche perché costui ci comunicò che avrebbe dovuto, di lì a pochi minuti, presiedere una Commissione. Prima di andarcene, naturalmente, ci confermò che avremmo potuto ripassare dal suo ufficio, di lì a qualche giorno, per prelevare le copie dei documenti che ci interessavano e mentre affermava ciò e quasi ad ulteriore conferma del suo impegno assunto, chiamò la graziosa segretaria e le disse di richiedere tutti gli atti che gli avevamo indicato e che lui si era appuntato su di un foglietto.

In realtà quello fu il primo di una serie di appuntamenti che ottenni dall’avv. Nicola Buccico. Durante ognuno dei quali (altri quattro a Roma, per l’esattezza, più uno a Napoli in occasione di un convegno sulla giustizia alla festa annuale di AN ed in presenza del Ministro Castelli) Buccico prometteva di consegnarmi le presunte condanne dei tre magistrati che a suo dire dovevano essere: Cecilia Annecchini, Rosario Baglioni e Pasquale Santaniello, gli stessi a carico dei quali, in verità, anche il CSM mi aveva annunciato l’apertura di altrettanti fascicoli. Mancavano gli esiti sul giudice Paolo Piccialli e sul PM Giovanna Pacifico per i quali Buccico non seppe fornire notizie certe perchè affermò di non ricordarsi se effettivamente vi erano stati esiti e di che tenore, a carico di quest’ultimi due togati.

In realtà e contrariamente a come eravamo rimasti d’intesa nel suo ufficio, Buccico non mi fornì mai i documenti che gli avevamo richiesto e che egli aveva promesso di recuperarci.

A Luciano Schifone, per giunta, toccò stessa sorte. Anche lui si prodigò andando nella sede del CSM per ritirare le copie delle condanne e più di una volta per quanto mi risulta, ma Buccico seppe non farsi più trovare. L’ultima volta che mi recai nella sede del CSM, invece, mi disse, non senza imbarazzo, che potevo per mio conto chiedere le condanne perché ne avevo diritto e che era perciò inutile che esponessi lui ad un inutile "rischio" e dunque mi fece accompagnare dalla sua segretaria nell’apposito ufficio sito ai piani superiori.

In effetti e così facendo, Buccico, intese disfarsi di me e debbo dire, per mio eguale sentimento, che non dovette neanche faticare troppo. Di lui e delle sue inutili frottole da burocrate tronfio ne avevo avuto abbastanza e non volli più sentirne parlare.

Tuttavia e nonostante fosse trascorso molto tempo dai fatti, ancora non riesco a spiegarmi il comportamento scorretto di costui, che mi fece fare la spola dal mio comune di residenza, in provincia di Benevento, fino a Roma, per circa cinquecento chilometri ogni volta, con enorme dispendio di tempo e di energie, se infine seppe solo dirmi che potevo chiedere i documenti per conto mio e senza della sua intercessione. Certo che potevo chiederli! Ci sarebbe mancato solo il contrario. Ma vedremo anche a quali ridicole condizioni.

Una volta arrivati al piano superiore negli uffici amministrativi e del protocollo, l’avvenente segretaria, dalla quale Buccico mi aveva fatto accompagnare, si affrettò a tornarsene indietro abbastanza repentinamente.

Le funzionarie preposte, due signore dall’aria tra lo snob e l’eccentrico ed alle quali mi fu detto di rivolgermi, mi fecero subito capire che stavo perdendo il mio tempo e che, dunque, era quasi del tutto inutile che facessi richiesta di copie dei provvedimenti, "perché", dissero testualmente e con evidente abusata ritualità, "Il presidente Rognoni non le concede".

"Come mai?" chiesi loro ostentando stupore.

"Per tutelare l’onorabilità dei giudici" mi risposero candidamente.

Nonostante la querula resistenza delle due signore, che continuavano a scoraggiarmi dal presentare richiesta, insistetti, tuttavia, per avere accesso agli atti e nella richiesta che formulai ben specificai di essere il diretto interessato perché ricorrente.

Puntualmente ad un mese esatto dalla richiesta e come d’altronde predettomi, mi arrivò la risposta attraverso A.R., che mi negava il rilascio di detta documentazione.

L’onorabilità dei giudici era dunque salva, pensai ed insieme all’onorabilità anche l’impunità, ovviamente e più avanti scopriremo perchè.

Si rafforzò in me la convinzione che il CSM non servisse ad altro che a rappresentare gli interessi di una formidabile corporazione, quella dei giudici e a difenderla ad oltranza nella buona così come nella cattiva sorte, piuttosto che controllarne l’operato. Ripassai con la mente tutte le protervie e le proteste dei suoi componenti, ad incominciare da quelle dell’inossidabile Bruti Liberati, lingua armata dell’On.le Violante, perennemente schierato in veste di contestatore, che puntualmente si verificano ogni qualvolta viene messo in discussione il potere incondizionato dei giudici in Italia, potere completamente esente da qualsiasi tipo di deterrente. Ora mi appariva assai più chiaro come il CSM fungesse, in realtà, da mera associazione di categoria, con le stesse caratteristiche e gli stessi compiti e prerogative, di fatto, di tante altre associazioni sindacali presenti in Italia come i COBAS la CGIL o la UIL, per esempio. D’altronde e va giustamente rimarcato per chi non lo sapesse, la maggioranza dei componenti del CSM è costituita da giudici e gli altri, cioè la minoranza, i cosiddetti componenti laici, quelli come Buccico per intenderci, sono prevalentemente parassiti di partito a cui viene dato di ricoprire tale carica, nominalmente, per una sorta di esistente lottizzazione interna al partito di provenienza e di mera rappresentanza burocratica per conto d’esso. Ad indicare Buccico come componente laico della Casa della Libertà, infatti e per stessa ammissione di Buccico, fu direttamente il segretario di AN, Gianfranco Fini. Nel caso in cui tale ruolo viene ricoperto da avvocati, per giunta, costoro, per conformazione, badano più a stringere amicizie che possano successivamente ritornargli utili in campo professionale, che non a rappresentare gli interessi dei cittadini vessati da questo formidabile sistema di potere rappresentato dai magistrati.

Se dovessimo fare un accostamento per comprendere meglio il peso di questa lobby, potremmo dire che il CSM sta alla magistratura come la Banca d’Italia (la più grande truffa di tutti i tempi come l’ha saggiamente definita il prof. Giacinto Auriti) sta agli Istituti di Credito. Così come il CSM è composto prevalentemente da magistrati, il capitale sociale della Banca d’Italia (che è un’azienda privata e che, cosa assurda, stampa ed addebita le banconote agli italiani lucrando sull’intero importo nominale al quale aggiunge anche gli interessi con la dizione "costo del denaro") è sottoscritto da Istituti di Credito, la liceità del cui operato dovrebbe essere (udite, udite) garantita proprio dalla stessa Banca d’Italia. A ciò si aggiunge un altro piccolo particolare che giova bene evidenziare: entrambi i carrozzoni, ossia il CSM e la Banca d’Italia, la cui funzione così come si traduce concretamente nella pratica è vagamente paragonabile ad una pagliacciata da circo equestre, costano all’utenza nazionale decine di milioni di euro ogni anno.

Per niente scoraggiato dal diniego fattomi pervenire dal CSM, ripresentai istanza formale di diritto di accesso ai documenti amministrativi con l’ausilio del mio amico - avvocato Fabrizio Zarone, del foro di Santa Maria Capua Vetere, che la impostò ai sensi dell’art. 25 della legge 7 agosto 1990 nr. 241 e dell’art. 4 del D.P.R. 27 giugno 1992 nr. 352. Con questa puramente formale differenza, finalmente, avrei messo le mani su quelle benedette condanne che a me tanto interessavano. Adesso era solo una questione di poco tempo.

Dopo un mese, dunque, il CSM rispose alla mia A.R. con lo stesso mezzo, avvisandomi che era stata disposta archiviazione per i magistrati da me incolpati nel ricorso.

Non ci potei credere né potei comprendere per quale strana ragione Buccico, che era Vice Presidente della Commissione Disciplinare, mi aveva detto che tre dei magistrati da me denunciati erano stati condannati. E se era vero che erano stati condannati, come riferiva il Vice Presidente della Commissione Disciplinare, che per le mansioni ad egli assegnate dall’Istituto avrebbe dovuto sapere bene quali giudici venivano condannati e quali no, come mai le loro pratiche risultavano ora archiviate?

Ripresentai istanza formale attraverso la quale chiesi di conoscere le motivazioni delle sentenze di archiviazione, per tutti i magistrati incolpati. Il CSM entro i termini previsti dalla legge non rispose. Reiterai richiesta e, alla scadenza, rimasta inevasa anch’essa, feci seguire diffida avverso il responsabile del procedimento amministrativo presso gli uffici del CSM. Dopo alcuni giorni mi pervenne, da parte dell’ufficio amministrativo, richiesta di versamento di euro 4,65, da inviare sul conto nr. 10/300012 acceso presso l’agenzia 22 di Roma, del San Paolo ed intestato al CSM, appunto.

In data 11 agosto 2004 feci bonifico della somma richiestami dal CSM, da un’agenzia di Telese Terme della banca popolare di Ancona. A ciò, finalmente, fece seguito la risposta alquanto succinta, se non lapidaria addirittura: "si archivia perché trattasi di motivi giurisdizionali" (confesso di non aver mai compreso il reale significato di questo assunto da primato burocratico). Praticamente la stessa identica risposta che già avevo avuto modo di leggere in almeno un’altra dozzina di provvedimenti del CSM alcuni dei quali recapitati ad altri, come me, illusi ricorrenti.

Si trattava di un prestampato, dunque, che non solo non teneva e non tiene conto della specificità di ogni caso portato all’attenzione delle Commissioni disciplinari, ma che, cosa assai più grave, mette in evidenza un atteggiamento di assoluta infingardaggine dei componenti del CSM verso quelle che sono le legittime istanze di utenti vessati da un sistema di potere deviato e corrotto, che trova il suo apice e la sua protezione proprio in quello che dovrebbe essere il suo stesso organismo di controllo. L’assoluta infingardaggine fino a non recepire minimamente i casi prospettati è facilmente riscontrabile nelle demagogiche risposte che l’Ente, a fronte del dettagliato ricorso presentato dal sottoscritto, fornisce con distacco ed apatia. Nel ricorso, infatti, erano indicati ben cinque casi diversi, con altrettanti diversi magistrati protagonisti. Il CSM fornisce una sola striminzita risposta senza tener conto della specificità di ogni caso prospettato. Insomma, una sorta di risposta cumulativa.